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⚓ Ancorati, ed apriti.💗

Updated: Feb 3

Cosa mi ha insegnato il lavoro a contatto con corpi flessibili, l'Ombra e la condizione del femminile.


Di seguito racconto perché credo che una schiena iper-flessibile non sia necessaria per percepire l’espansione dell’energia dal cuore a tutto il corpo e come, piuttosto, questa flessibilità sia una conseguenza dal valore neutro — non un fine in sé.


Negli anni di insegnamento, osservando soprattutto corpi molto flessibili — spesso femminili — ho iniziato a riconoscere quanto l’apertura sia, in realtà, più facile di quanto si creda e di come possa facilmente trasformarsi in collasso.

Nelle classi di yoga veniamo continuamente invitat* ad aprirci, a restare apert*, a lasciare andare. Come se non lo sapessimo già fare. O come se avessimo solo bisogno che qualcuno ce lo ricordasse. Io stessa, ho ripetuto a me stessa e agli altri questi concetti fin troppo, e in modo meccanico.


Il consiglio che porto oggi qui è un altro:


come continuare a farlo restando ancorat* ? Come farlo senza perders* e rischiare traumi su traumi? E come accorgersi quando lo facciamo per ottenere qualcosa piuttosto che per conoscerci.

Se mi seguite da tempo, sapete che la pratica è diventata per me un’esplorazione del dialogo tra energie complementari. L’interconnessione tra Prana e Apana, tra espansione e contrazione, tra Luce e Ombra. Un invito a praticare per percepire l’una dentro l’altra, non come forze opposte o esclusive.

All’inizio tendevo a sostare troppo in una, poi eccessivamente nell’altra, oscillando tra gli estremi. Fino a quando, in una postura di inarcamento profondo, ho percepito che entrando in modo meno diretto e meno “estremo” — sacrificando anche la mia bellissima forma simil-cigno — il sentire si spostava nella parte alta della schiena, proprio dietro il cuore.


Durante un intensivo, stavo praticando Eka Pada Raja Kapotasana quando il mio maestro, con una nota ironica, mi suggerì che ero senz’altro dentro la forma, a tutti gli effetti, ma che avrei potuto provare a piegarmi un po’ meno per sentire di più il flusso energetico.

Mi invitò a rientrare nella postura portando il coccige in avanti (Posterior Tilt), creando una forma più rigida alla base della colonna vertebrale.



Mi sentii bloccata, quasi sacrificata.Perché non fare di più, quando posso?

Rimasi ad ascoltare e sperimentai la sua guida. Non mi aspettavo ciò che sarebbe arrivato; in realtà, non l’avevo mai sentito prima.

Non potendo entrare nel mio pilota automatico, rimasi a osservare. Notai come il petto fosse più presente al mio sentire, come se qualcosa lo stesse delicatamente sollevando verso l’alto.

Era il mio respiro.

Il movimento nasceva dal centro del cuore e, da lì, il corpo si riorganizzava. Non era più una questione di “arrivare” da qualche parte, ma di sentire che tutto era arrivato lì, in mezzo al petto.

Da quel giorno, proprio durante l’intensivo, iniziai a sperimentare su di me e a portare questo nuovo pattern in molte altre posture. Arrivai anche a Garudasana, che di per sé non è una postura di backbending, ma inevitabilmente ci conduce lì. Nella postura dell'Aquila infatti, l’intreccio delle gambe e delle braccia riduce drasticamente i punti di appoggio e di espansione. Per restare in equilibrio, il corpo cerca spazio dove può trovarlo: spesso lo fa inarcando la colonna, soprattutto nella zona lombare. È una strategia funzionale, ma anche compensatoria.


Quando l’unico sostegno è il piede a terra, l’apertura si sposta verso l’alto trasformandosi facilmente in un'inarcatura. Nella mia pratica sto sperimentando due sostegni in questa postura, due radicamenti:

  • il piede

  • il pavimento pelvico


Sostenendo con forza l’unico appoggio che ho — attraverso una retroversione del coccige — l’estensione, a quel punto, sembra quasi impossibile. La stabilità è grande, la mobilità drasticamente ridotta. Ed è proprio lì che inizia l’insegnamento.


Invito le/i praticant* a lasciare andare la testa all’indietro e a portare le braccia in alto e poi dietro. Chiedo di inarcarsi e, allo stesso tempo, di mantenere l’equilibrio nella condizione più sfidante possibile.

Ho adottato questo approccio alla postura ogni volta che desidero accompagnare persone molto flessibili — spesso donne — a incontrare un ostacolo. Pongo loro un limite, che se accettato non blocca la ricerca, semplicemente apre altri panorami, rivelando aspetti del corpo che, senza questo sforzo, resterebbero invisibili.

Posso notare la mia apertura in questa forma rigida? Se una cosa esiste dentro l'altra, in questa chiusura dove si trova la mia capacità di apertura?


Ho adottato questo approccio alla postura quando le persone mi riportano il bisogno di non abbandonarsi e coltivare il loro centro — spesso giovani donne e molto flessibili — e quindi desidero accompagnarle nell'incontro con quell’ostacolo capace di generare nuove prospettive o soluzioni, le più intime e personali possibili, e di rivelare aspetti del loro corpo che normalmente restano inesplorati.


Come si può sentire espansione in una postura in cui si è intreccio, blocco, apparente impossibilità all’azione esterna? È proprio lì, in quella immobilità forzata, che non resta altra scelta se non trovare spazio dentro. Perché l’anima, l’energia, non smettono mai di cercarlo.E quando l’esterno si chiude, imparano a farlo dall’interno.


Dal lavoro sull'ombra, nasce anche questo: il recupero un concetto connotato in modo negativo — la rigidità. Da questa pratica scopro che la rigidità non é sterile, una maledizione, o una cosa da evitare.

Come tutti gli aspetti del reale che sentiamo una minaccia alla nostra crescita, anche la rigidità cela grande ricchezza.


Quando smette di essere rifiutata e viene abitata con presenza, diventa sostegno, contenimento, possibilità di direzione. È ciò che permette all’espansione di non disperdersi, all’apertura di non collassare.

Forse non si tratta di scegliere tra flessibilità e rigidità, ma di imparare a lasciarle dialogare.È in questo spazio di relazione che la pratica smette di essere una performance e torna a essere un atto di ascolto profondo — del corpo, del respiro, della vita.


La flessibilità della spina dorsale non è una ricerca yogica. L’espansione del cuore, sì.


Sul tappetino, quell'ancora è chiamata Apana. A volte è un gancio che ti tira sù, altre volte che ti tira giù. Ma ogni volta ti ricorda: radicati per volare, sii stabile per sentire il flusso, presente per accogliere ciò che emerge. Lì, tra terra e cielo, nasce l'espansione del cuore.




Porterò queste riflessioni e questa pratica questa primavera in Toscana al ritiro ad Ebbio.

Portate il cuore sul tappetino — e anche le vostre sensazioni, domande, emozioni e pensieri.

I giorni dei ritiri sono lo spazio per praticare condivisione, uguaglianza e presenza.


Grazie di avermi letta, spero questa riflessione ti abbia dato ispirazione per stare con te e il tuo meraviglioso corpo.


Un abbraccio, Carolina


 
 
 

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